Catania, altro tonfo al Massimino. Quella contro la Scafatese doveva essere la conferma dei progressi mostrati contro il Cosenza. È arrivata invece una sconfitta per 2-1 che riapre vecchie ferite e fa tornare il Catania davanti ai propri problemi.
Al Massimino, davanti a oltre 15.000 tifosi, i rossazzurri hanno mostrato due volti: troppo passivi e vulnerabili nel primo tempo, più aggressivi e determinati nella ripresa, ma incapaci di trasformare la reazione in una vera rimonta. Un’altra occasione persa per una squadra che, per qualità dell’organico e ambizioni dichiarate, dovrebbe essere in grado di imporsi con maggiore continuità.
Il risultato pesa ancora di più perché arriva dopo il 4-0 rifilato al Cosenza, una prestazione che aveva restituito entusiasmo a una piazza desiderosa di vedere finalmente una squadra all’altezza delle proprie aspettative. Contro la Scafatese, invece, sono riemersi i problemi già evidenziati nelle prime giornate: distanze eccessive tra i reparti, difficoltà nel controllo delle transizioni e una produzione offensiva troppo intermittente.
E soprattutto è mancata quella personalità che ci si aspetterebbe da una squadra con giocatori dal passato importante nelle categorie superiori e con oltre 15.000 persone a spingerla.
Un primo tempo da dimenticare
La Scafatese ha interpretato meglio la prima frazione, aggredendo il Catania e attaccando con intelligenza gli spazi. Gli etnei hanno faticato a gestire la pressione e, soprattutto, non sono riusciti ad accorciare efficacemente tra centrocampo e difesa.
È qui che si è visto uno dei problemi più evidenti della squadra di Longo: quando il Catania perde le distanze, perde anche il controllo della partita.
La squadra è apparsa lunga, con reparti troppo distanti e difficoltà nel proteggere la zona centrale. La Scafatese ne ha approfittato per ripartire rapidamente e mettere in difficoltà la retroguardia rossazzurra.
Anche Cavuoti, protagonista assoluto contro il Cosenza, è stato coinvolto molto meno nella manovra. Un dettaglio tutt’altro che secondario: quando il centrocampista non riesce a ricevere tra le linee e a collegare centrocampo e attacco, il Catania perde imprevedibilità e diventa più leggibile.
Emmausso ha così portato in vantaggio gli ospiti dal dischetto, certificando una prima frazione nella quale la Scafatese ha fatto esattamente ciò che aveva preparato, mentre il Catania ha faticato a trovare contromisure.
Con il passare dei minuti, però, gli etnei hanno iniziato a guadagnare campo. Cicerelli ha provato ad accendere la manovra, mentre Cavuoti ha cominciato a trovare qualche spazio in più. Ma il Catania non è riuscito a trasformare la crescita territoriale in una vera svolta della partita.
La ripresa cambia volto
Nella ripresa Longo ha corretto qualcosa e il Catania è rientrato in campo con un atteggiamento completamente diverso.
L’ingresso di Bruzzaniti ha garantito maggiore profondità e capacità di attaccare la fascia, mentre l’abbassamento di Lunetta sulla corsia sinistra ha modificato gli equilibri offensivi. I rossazzurri hanno iniziato ad allargare maggiormente il gioco e ad attaccare con più continuità gli ultimi trenta metri.
Proprio da una giocata sulla sinistra è arrivato il pareggio. Lunetta ha messo in mezzo un pallone che Russo ha trasformato nella rete dell’1-1.
Il Massimino ha spinto, il Catania ha aumentato la pressione e per alcuni minuti la Scafatese è stata costretta a difendersi bassa.
Ma qui emerge un’altra questione.
Il Catania ha fatto pressione, ma non ha saputo trasformarla in dominio.
Tanta intensità, tanta volontà, ma poche occasioni realmente nitide. La squadra ha occupato stabilmente la metà campo avversaria senza riuscire a produrre una quantità di pericoli adeguata alla mole di gioco sviluppata.
È la differenza tra avere il controllo territoriale e avere il controllo della partita.
Il Catania ha continuato a spingere, ma senza quella lucidità necessaria negli ultimi metri. Sono mancati attacchi della profondità, movimenti coordinati e una presenza sufficientemente incisiva dentro l’area.
E la Scafatese ha punito ancora.
La conclusione dalla distanza di Toscano ha sorpreso la retroguardia rossazzurra e regalato agli ospiti il 2-1. Un’altra situazione nella quale il Catania non è riuscito a gestire il momento decisivo della gara.
Nel recupero Insigne ha colpito la traversa, sfiorando il pareggio. Un ultimo sussulto che non cambia però la sostanza della serata.
Il problema è anche mentale
Il 2-1 non può essere considerato soltanto una giornata storta. La partita contro la Scafatese ripropone interrogativi già emersi nelle prime giornate e che il 4-0 contro il Cosenza aveva momentaneamente nascosto.
Il Catania continua a concedere troppo. Non necessariamente soltanto occasioni, ma soprattutto situazioni di gioco nelle quali l’avversario può prendere campo, attaccare gli spazi e mettere in crisi la struttura difensiva.
La squadra non mantiene ancora per novanta minuti la stessa intensità e la stessa concentrazione. Alterna momenti di buon calcio a fasi di evidente vulnerabilità.
E questo è un limite importante per una formazione che vuole competere ai vertici.
Contro la Scafatese il Catania ha dovuto subire uno schiaffo prima di reagire. È riuscito a rimettere in piedi la partita, ma non a completare la rimonta.
Una squadra da vertice non può permettersi di accendersi soltanto quando si trova con le spalle al muro.
Oltre 15.000 tifosi e una rosa importante: dove è finita la personalità?
È probabilmente l’aspetto più difficile da digerire.
Il Catania giocava davanti a oltre 15.000 tifosi, in uno stadio che avrebbe dovuto rappresentare un’arma in più. In campo c’erano inoltre giocatori con esperienze importanti nelle categorie superiori, elementi dai quali ci si aspetta leadership e capacità di assumersi responsabilità nei momenti delicati.
Invece, soprattutto nella prima frazione, la squadra ha subito l’aggressività della Scafatese anziché imporre la propria.
E dopo il pareggio, quando sembrava esserci finalmente l’inerzia giusta per completare la rimonta, è mancato il colpo decisivo.
Il problema, quindi, non è soltanto tattico.
È un problema di personalità, di continuità e di mentalità.
Il talento individuale può risolvere una partita, ma non può sostituire l’organizzazione. L’esperienza può aiutare nei momenti difficili, ma deve trasformarsi in leadership. E il sostegno di 15.000 tifosi può diventare un’arma devastante soltanto se la squadra riesce a trasformarlo in energia.
Contro la Scafatese questo non è avvenuto.
Adesso c’è Picerno
È stata un’altalena di emozioni che fa male a una piazza pronta a rilanciare il proprio entusiasmo dopo il poker rifilato al Cosenza e che invece si ritrova nuovamente a leccarsi le ferite.
Il 4-0 aveva fatto intravedere una possibile svolta. La Scafatese ha dimostrato che quella svolta, almeno per il momento, non è ancora arrivata.
Adesso c’è Picerno. E sarà un esame pesante non soltanto per la classifica, ma soprattutto per la capacità del Catania di reagire alla frustrazione.
Longo dovrà trovare rapidamente delle risposte. Sul piano tattico, certamente, ma anche e soprattutto su quello caratteriale.
Perché il Catania ha bisogno di ritrovare equilibrio, compattezza e continuità. Ma deve anche dimostrare di avere quella personalità necessaria per una squadra che vuole stare in alto.
La vetta si allontana e il margine per sbagliare si restringe. La vera svolta, adesso, non può più essere rimandata.
Credits: foto Catania FC – generata da AI (DALL-E)